L’incanto poetico di segni e di colori

L’incanto poetico di segni e di colori

Paola Pizzamano, responsabile Sezione Arte della Fondazione MCR, racconta Maria Stoffella Fendros. Il testo integrale del suo contributo è contenuto nel catalogo della mostra di Palazzo Alberti Poja*.

Pubblicato il: 04-10-2017

Maria Stoffella si iscrive giovanissima all’Accademia di Belle Arti a Venezia per imparare la tecnica dell’affresco. Due anni dopo si trasferisce all’Accademia di Belle Arti di Firenze per completare gli studi e conseguire, nel 1959, il diploma.
Manifestando un particolare entusiasmo e una grande passione per le tecniche artistiche del passato, si specializza nell’affresco e nell’incisione. Indicativo del suo temperamento è il debutto nel 1959 a Firenze alla mostra curata dall’Unione Donne Italiane, associazione di promozione politica, sociale e culturale fondata nel 1945 per l’emancipazione e la libertà femminile.
Lontana dalla terra natia, la giovane prosegue senza sosta il suo percorso, a stretto contatto con artisti, galleristi e critici, frequentando nel corso degli anni i centri più vivi dell’arte, da Venezia a Firenze, da Verona a Milano, da Roma a Cagliari, da Macerata a Torino, da Rovereto fino ad Atene, dove partecipa a mostre collettive e tiene personali.
Nel 1963 a Venezia alla Galleria Venezia espone incisioni, con una presentazione di Federico Castellani, critico d’arte de “Il Gazzettino”, che evidenzia «[...] all’origine delle sue composizioni vi è una cultura classica che mai ha abbandonato quando è passata a quella artistica [...]».
In quell’anno tiene una nuova personale a Rovereto presso la Galleria Delfino, dove l’artista Carlo Bonacina nota “le sue non comuni doti espressive”; e partecipa alla XV Biennale d’arte Triveneta a Padova, insieme al gruppo di artisti trentini Iras Baldessari, Remo Wolf, Carlo Bonacina, Ines Fedrizzi, Mariano Fracalossi, Cesarina Seppi, Aldo Schmid, gli scultori Luigi Degasperi e Martino Demetz, il mosaicista Gino Novello e il giovanissimo Aldo Pancheri. Sempre nel 1963 è invitata a partecipare alla mostra d’arte contemporanea di artisti trentini a Roma presso il Palazzo delle Esposizioni.
Nel corso degli anni Sessanta continua a esporre incisioni alle più significative collettive nazionali, alternate a numerose personali, conquistando l’attenzione di critici, artisti e letterati. Fin dagli inizi il suo repertorio comprende immagini legate alla vita quotidiana e ai frequenti viaggi in Grecia, che incide con la tecnica dell’acquaforte e dipinge con i pastelli, ad olio o ad affresco. Un universo figurativo che approfondisce con coerenza, nel corso della sua lunga ricerca, sui temi enunciati dai titoli e interpretati da Renato Troncon come «[...] una sorta di ausilio mnemonico e biografico».
Artista del suo tempo, Maria Stoffella assimila una pluralità di stimoli e matura una fluidità segnico-cromatica, tratto distintivo della sua ricerca. È un susseguirsi di mostre nel territorio locale, nazionale e internazionale: presso la Rocca al Museo Civico di Riva; a Rovereto presso la galleria Delfino e poi presso la galleria Pancheri; a Milano con la galleria Verritrè; a Roma presso la galleria Fiamma Vigo; a Trento alle gallerie Argentario, Fogolino e Il Castello; a Belluno; a Gradisca d’Isonzo; a Macerata presso l’Arco, studio internazionale d’arte grafica. Oltre ai viaggi nei principali centri artistici, Maria Stoffella ritorna spesso a Rovereto, a quei tempi animata da un gruppo di artisti, critici e collezionisti, nonché dall’attività espositiva della galleria Delfino e della galleria Pancheri. Avvia amicizie e contatti con il grande incisore e pittore, dal passato futurista, Marcello Roberto Iras Baldessari, e con il cultore d’arte grafica roveretano Tullio Fait, sostenitore degli artisti trentini e mecenate. Già agli inizi degli anni Sessanta, Maria Stoffella conquista subito la stima di Luigi Serravalli, intellettuale di spicco, scrittore e poeta. Grazie a questi contatti confluiscono nella sua opera spunti letterari, che Serravalli definisce “sedimenti di poesia”.
Dal 1966 Stoffella avvia una collaborazione con il Laboratorio delle arti di Milano, centro propulsivo dell’arte contemporanea. Domenico Cara – poeta, scrittore, autore di saggi letterari e d’arte, nonché direttore di riviste – nel 1967 include Maria Stoffella nel volume Documenti di grafica contemporanea; mentre Gian Franco Arnaldi la inserisce nel volume Arabeschi e parole, antologia del bianco e nero.
Sempre a Milano la roveretana entra in contatto con la galleria Verritrè che propone sue opere a diverse mostre collettive. Gli anni Sessanta si rivelano particolarmente intensi per la sua affermazione in ambito nazionale.
Nel pieghevole della mostra personale organizzata nel 1969, presso la galleria Fogolino a Trento, appare l’autorevole parere dell’incisore e pittore Remo Wolf, che così scrive: «L’opera di questa giovane artista trova
la sua origine in una poetica fondata sul mondo sensitivo lirico e si avvale e si arricchisce poi di un gioco di composizione e di raffronti bianconeristici. Così la realtà si trasforma in un pretesto sostanzialmente lirico di emozione».
In una manciata di anni, Maria Stoffella si afferma soprattutto con le opere grafiche dal tratto leggero, che aveva presentato fi n dalla sua prima personale a Venezia nel 1963. Le montagne di Rovereto dagli alti orizzonti si mescolano con gli ampi spazi della Grecia, ma anche di Venezia, di Firenze e di tutte le città dove soggiorna.
Con questa apertura spinta dal desiderio di andare oltre i confini locali, Maria affronta la ricerca artistica in un periodo carico di tensioni sociali e riesce ad imporsi nel contesto artistico nazionale e internazionale, superando la diffidenza per la sua condizione femminile.
Il suo repertorio si arricchisce, ma rimane sempre viva la predilezione per la vita, per la semplicità e per la ricchezza cromatica della natura, della cultura e delle tradizioni, raccontate con quel suo tipico tratto corsivo dalla declinazione decorativa, che le permette di coniugare la figurazione con l’astrazione.
Nel 1974 la sua attività creativa ed espositiva prosegue con un’importante personale a Roma alla Galleria diretta da Fiamma Vigo, pittrice e poi gallerista, legata nel secondo dopoguerra all’Art Club, associazione artistica internazionale indipendente. Nella mostra romana presenta incisioni e dipinti che Serravalli definisce simili a un «cahier intime, un diario nel quale sono segnati i giorni più ricchi di un’esistenza interiore». Serravalli aggiunge e sottolinea l’impegno dell’artista «di dare colore alle proprie emozioni, di raffigurare gli oggetti ed i paesaggi dell’esperienza quotidiana, verso un bisogno di armonia e di bellezza che è anche un bisogno psicologico di liberazione e di affermazione».
Con tale tensione, Maria volge il proprio stile dal figurativo a soluzioni apparentemente astratte: le macchie alludono a un universo emozionale. Ecco che la sua ricerca si configura ormai matura, libera e al contempo aperta a una continua riflessione sulle tematiche a lei care. Nelle opere di quel periodo, lo storico e critico d’arte Carlo Munari ravvisa la lucidità di linguaggio, la consistenza espressiva, fino ad affermare: «Maria Stoffella è artista da seguire nelle sue future proposte: l’autenticità è di pochi, di troppo pochi». Negli anni Ottanta, Munari tornerà nuovamente a scrivere sulla ricerca di Maria Stoffella che ormai vive appartata dai circuiti ufficiali, ma continua a dipingere in silenzioso raccoglimento. Le opere di questi anni tracciano il senso di una nuova tensione spirituale, giunta ormai a risultati maturi.
D’ora in poi la sua ricerca verso l’astrazione sarà il tratto distintivo; elaborata con spontaneità, leggerezza e rigore, per proseguire ancor oggi nel continuo viaggio verso gli orizzonti del Mediterraneo, alla ricerca di memorie fatte di segni e di colori. La varietà dei colori e dei segni annunciano questo periodo, fatto di sospensioni, di richiami poetici, di spiritualità e di armonia. Le opere del periodo maturo segnano proprio questa trasformazione linguistica, con il passaggio definitivo dal segno di origine nordica, anche nell’interpretazione ironica delle prime incisioni, all’esplosione e alla libertà dei colori e della luce colti nell’universo mediterraneo. Nelle ultime opere ciò che colpisce sono i colori, intensi, accostati, esaltati dalla luce, non dalla luce fredda del Nord ma da quella calda del Sud, della Grecia, quel porto sicuro dove l’artista ama ritornare e ritrovare se stessa. La natura, la luce, il mare, il vento, avvolgono così le dolci e aeree visioni paesaggistiche di Maria Stoffella.
Danilo Eccher si sofferma proprio sulle peculiarità di questa ricerca: «[...] Decorativismo dunque, ma In un’accezione nobile del termine. Non si tratta di banale e superficiale piacere contemplativo, né di accattivante gioco percettivo; la decorazione in questo caso ha origini antiche e profonde, è un piacere concettuale ancor prima che pittorico, è un delicato amore per il corpo della pittura e per le sue movenze [...]».
Attraverso l’arte, Maria Stoffella ha saputo vivere e raccontare la sua vita, dare un senso profondo alla sua ricerca: essere un’artista dal forte temperamento espressivo.


*La mostra temporanea "Il​ ​coraggio​ ​del​ ​colore.​ ​Maria​ ​Stoffella​ ​Fendros Rovereto,​ ​Venezia,​ ​Firenze,​ ​Atene" è allestita  a Palazzo​ ​Alberti​ ​Poja​ ​​fino al​​​ ​19​ ​novembre​ ​2017 per la cura ​di​ ​Micaela Vettori​ ​e​ ​Paola​ ​Pizzamano.
Il catalogo, edito da Osiride, porta i contributi di Brunamaria Dal Lago Veneri, Roberto Pancheri, Annibale Salsa e delle curatrici.

 
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